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domenica 27 settembre 2009

COME IL CERVELLO CREA NUOVI CONCETTI

Una ricerca evidenzia il ruolo centrale dell'ippocampo, che rivela di svolgere una essenziale funzione di "consulenza" nei confronti dei moduli decisionali della corteccia prefrontale


Come si formano
i concetti? "Anche se un barboncino e un golden retriever appaiano molto differenti l'uno dall'altro, possiamo facilmente apprezzarne gli attributi comuni perché riconosciamo in essi esempi di un particolare concetto, in questo caso quello di cane", spiega Dharshan Kumaran dell'University College di Londra, che ha diretto uno studio, ora pubblicato sulla rivista "Neuron", che chiarisce alcuni passi fondamentali di questo processo. Le modalità con cui i concetti si formano nel cervello e concorrono a guidare le nostre scelte sono infatti ancora ben lontane dall'essere chiarite. L'ipotesi prevalente è che ad avere un ruolo critico nell'acquisizione della conoscenza concettuale sia l'ippocampo, una struttura essenziale per la formazione della memoria. Tuttavia finora non si disponeva di solide prove che confermassero questa ipotesi. Kumaran e colleghi hanno così progettato alcuni esprimenti che permettessero di mappare la nascita e l'applicazione di nuovi concetti nel cervello.I soggetti in esame partecipavano a un gioco in cui avevano l'opportunità di conseguire un guadagno prevedendo correttamente se in una serie di giornate virtuali il tempo sarebbe stato soleggiato o piovoso sulla base di come appariva il cielo notturno delle giornate precedenti, descritto attraverso una serie di schemi sul monitor di un computer. Prima di ogni seduta sperimentale ai soggetti veniva dato da memorizzare uno schema degli esiti associati con ogni singolo schema di cieli notturni. Vari gruppi di questi schemi erano peraltro concettualmente correlati l'uno all'altro (come i barboncini e i golden retriever), così che riconoscendone l'affinità il test veniva facilmente superato con successo. Successivamente i soggetti potevano applicare la conoscenza così acquisita in ulteriori test in cui i concetti erano simili per quanto gli schemi apparissero nuovi. Attraverso una serie di misurazioni comportamentali e neuronali, i ricercatori hanno così potuto scoprire che a presiedere all'emergenza della conoscenza concettuale è un circuito cerebrale che vede funzionalmente accoppiati l'ippocampo e la corteccia prefrontale ventromediale.Tuttavia, era solo l'osservazione dell'attività dell'ippocampo che permetteva di prevedere quali soggetti sarebbero stati in grado di applicare con successo i concetti appresi alle situazioni nuove. "Ciò suggerisce che probabilmente sia l'ippocampo a creare e immagazzinare questi concetti, per poi passarli alla corteccia prefrontale quando possono essere sfruttati", spiega Kumaran. "Il nostro studio offre una nuova prospettiva sulla capacità umana di scoprire la struttura concettuale dell'esperienza visiva, e rivela che le cosiddette regioni della 'memoria', come l'ippocampo, collaborano con i 'moduli decisionali' della corteccia prefrontale rendendo disponibili queste informazioni." (gg)
TRATTO DA
http://www.lescienze.it/

domenica 23 agosto 2009

Il multi-tasking fa male al cervello


Fare più cose alla volta non fa bene al cervello e non ci rende più efficienti. Il “multi-tasking” può rendere stressati, rabbiosi e mentalmente affaticati e causare problemi di apprendimento nei bambini, e ironicamente ci rende anche meno efficaci nelle cose che compiamo.
Lo ha scoperto una ricerca del Massachussets Institute of Technology, pubblicata sul Journal Of Experimental Psychology. “Fare più cose contemporaneamente richiede più energie dal cervello che non farle una di seguito all’altra” ha detto Earl Miller, ricercatore a capo dello studio che ha scansionato il cervello di alcuni volontari per verificare quali aree si attivano quando si eseguono più azioni.
«Il nostro cervello si concentra veramente su di una sola azione alla volta. Le altre semplicemente ci distraggono e ci rallentano» ha detto Miller, che sconsiglia di fare multi-tasking a meno che non sia strettamente necessario.
«Anche le persone convinte di esserne capaci non ne sono in grado. Il nostro cervello non è fatto per ragionare in questo modo. Se proprio dovete combinare freneticamente più lavori», ha concluso Miller,«evitate di farlo di pomeriggio, imparate un po’ di meditazione ed esercitatevi ad unire poche semplici azioni alla volta».
Tratto da www.lastampa.it

domenica 9 agosto 2009

Gli esercizi mentali proteggono la memoria dalla demenza


Leggere, scrivere e giocare a carte non sono solo passatempi piacevoli sotto l’ombrellone. Si tratta, infatti, di veri e propri esercizi mentali, capaci di tenere il cervello allenato e addirittura di ritardare il rapido declino della memoria in caso di demenza. Almeno secondo uno studio che sarà pubblicato domani su “Neurology” dal team di Charles B. Hall dell’Albert Einstein College of Medicine del Bronx (NY). La ricerca ha coinvolto 488 persone dai 75 agli 85 anni, che non soffrivano di demenza all’inizio del lavoro. I ricercatori li hanno osservati e monitorati in media per 5 anni, scoprendo che nel frattempo 101 si sono ammalati di demenza. Ma gli scienziati hanno scoperto anche che i più appassionati di lettura, scrittura, parole crociate, puzzle, scacchi o carte, quelli che passavano più tempo ogni giorno impegnati in queste attività, erano come protetti dall’effetto mangia-ricordi della demenza. In pratica, pur attaccati dalla patologia, per loro il punto di rapido declino mentale arrivava in media oltre un anno dopo rispetto ai meno attivi.«E l’effetto di questi esercizi mentali in tarda età sembra indipendente dalla cultura. Insomma - conclude Hall - queste attività possono aiutare a mantenere una vitalità cerebrale. Anche se sono necessari ulteriori studi per capire se sono anche in grado di prevenire o ritardare il manifestarsi della demenza».
TRATTO DA "La Stampa"

domenica 28 giugno 2009

CERVELLO Ecco come si formano i ricordi il momento fermato da una foto


Evidenziato il momento della traduzione della proteina responsabile della formazione della memoria. Lo studio servirà per elaborare terapie contro invecchiamento neuronale e malattie degenerativedi SARA FICOCELLI

FOTOGRAFARE i ricordi, immortalare con un'immagine il meccanismo neuronale che si ripete tutte le volte che il nostro cervello immagazzina un dato e lo mette nel database della memoria: ci sono riusciti gli scienziati del Montreal Neurological Institute and Hospital in tandem con i colleghi della McGill University e della University of California di Los Angeles. Hanno catturato il momento in cui si compie il meccanismo di traduzione della proteina responsabile della formazione della memoria a lungo termine. Si tratta del primo esperimento del genere realizzato con successo, e rappresenta la prova visibile del fatto che tutte le volte che si forma un ricordo vengono prodotte nuove proteine nella sinapsi, la struttura che consente la comunicazione tra le cellule neuronali. Questo meccanismo incrementa la potenza della connessione sinaptica e rinforza la memoria. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, è fondamentale per capire come si creano i tracciati di memoria e la possibilità di monitorarli in tempo reale permetterà di comprendere in modo preciso come nascono i ricordi. Secondo gli scienziati le caratteristiche alla base della memoria umana sono due: stabilità e flessibilità. La prima è fondamentale per mantenere le informazioni nel tempo e la seconda permette al cervello di apprendere e adattarsi alla realtà. E' per questo che la ricerca si è concentrata sulle sinapsi, sede principale di scambio e archiviazione di dati nel cervello. Queste strutture formano una rete di connessioni molto ampia e in continuo movimento: la capacità del nostro sistema nervoso di modificare l'efficienza di funzionamento di queste connessioni tra neuroni ed instaurarne di nuove eliminandone altre è detta appunto plasticità sinaptica. Questa proprietà permette al sistema di modificare funzionalità e struttura in modo duraturo e dipendente dagli eventi che lo influenzano, come, ovviamente, l'esperienza. Per questa ragione la plasticità sinaptica è la proprietà neurobiologica che sta alla base del fenomeno della memoria e dell'apprendimento.
"Ma se questo network è in continuo cambiamento, come si fissano allora i ricordi, come si formano? Una fase importante nella formazione di quelli a lungo termine, si sa, è la traduzione, ovvero la produzione di nuove proteine nella sinapsi, andando a rinforzare il meccanismo di connessione e allo stesso tempo la memoria: ma nessuno aveva mai tradotto in immagini questo processo - spiega il neuroscienziato Wayne Sossin, co-autore dello studio - E' da qui che siamo partiti: utilizzando un rivelatore di traduzione, ovvero una proteina fluorescente che può essere facilmente intercettata e tracciata, abbiamo visualizzato un incremento locale della sintesi proteica durante la fase di formazione di un ricordo. La cosa più interessante è che questa traduzione è strettamente legata al meccanismo di sinapsi e per compiersi ha bisogno dell'attivazione della cellula post-sinaptica: tutto ciò dimostra la necessità di una collaborazione tra i due momenti che compongono la sinapsi, il pre e il post, e quindi di una connessione tra le parti dei due neuroni che in questo processo si incontrano. E' questa attività che abbiamo fotografato". La scoperta realizzata da Sossin e dal suo team di ricerca servirà per migliorare la comprensione dei processi che stanno alla base della formazione dei nostri ricordi e sarà utile, precisano gli scienziati, per l'elaborazione di terapie di correzione dei problemi di perdita o deterioramento della memoria, dal normale invecchiamento neuronale alle più complesse malattie degenerative.